bismi2.gif (1423 byte)MA' A   FRÂNKÛ BÂTTÎÂTÛ  AL-’ARABÎ-  AS-SIQÎLLÎ

                                  

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(Una lettura araba, islamica e sûfî sulla musica di Franco Battiato)  A cura di ZAYNAB  (Spagna)

 

Il Mediterraneo è pieno di belle leggende, come questa: Racconta Ibn Khaldûn at-Tûnisî come nel secolo IX, sotto il regno dei califfi andalusini ommeyyiadi, arrivò in terre iberiche un musicista e compositore d’origine kurda proveniente da Bagdad di nome Ziryâb, detto "l’Uccello Nero". Tempo dopo, Ziryâb radicò a Cordova allora capitale di Al-Andalus, e là fondò il primo conservatorio dell’Europa medioevale diventando così il padre artistico di un genere conosciuto come "musica arabo-andalusa" (al-mûsîqà al-andalusiyyah). Una musica che secoli dopo tornò di nuovo nel Magreb coi mudejares e moriscos profughi nel Marocco (Scuola di Tangeri) e in Tunisia (Malûf), e che lasciò il suo segno nel flamenco.

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Il caso di Ziryâb è l’incontro culturale fra Oriente e Occidente in un’epoca dove la cultura arabo-islamica giuocò un ruolo importante nella conservazione di un’eredità dove si collocavano il mondo indù, quello persiano e quello greco-latino. Una conoscenza singolare che è giunta nell’Europa per due vie: la Sicilia e la Penisola Iberica. Per secoli lo scopo del bacino del Mediterraneo fu diventare il dialogo delle civiltà, nascondendo in sè dall’Antichità, come scrive lo scrittore spagnolo Luis Racionero "una forma d’essere che riposa sotto la diversità delle culture che guardano verso questo mare, e che simbolizza il suo esotismo in cinque parole: "Tatto , luce, temperatura, odore, silenzio..."(...)".

Sia la Sicilia quanto l’Iberia svilupparono nel medioevo delle civiltà splendide, dove il cristiano, l’ebreo o il mulsumano convivevano assieme; così accadde nella Trinacria coi normanni e con Federico II,  e nella Spagna del secolo XIII con Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, mecenate di numerose traduzioni di testi classici filosofici e scientifici, il cui spirito di tolleranza appare nelle "Cantigas" dove il celebre disegno del musicista arabo-andalusino e quello castigliano, suonando insieme il liuto rappresentano il modus vivendi di un’epoca già svanita nel silenzio del Tempo, e ingiustamente fraintesa dall’istoriografia ufficiale dell’Europa del secolo XX.

Nonostante che quest’anima araba degli antichi dominatori, giammai è stata dimenticata, in qualche caso finisce per risorgere dalle sue tenebre come è il caso dei testi della musica del siciliano Franco Battiato.

img031h.jpg (23612 byte)Lui, fisognomicamente arabico , fa parte di questo legame che unisce l’Oriente coll’Occidente, come nel Medieovo andaluso fece Ziryâb, situando dal canto suo la Sicilia come centro di gravità di un Mediterraneo che torna a trovare le sue radici, come il serpente alchemico che chiude nella coda il Cerchio dell’Eterno Ritorno.

Guardando indietro l’opera del cantautore ripostese, troviamo già nelle prime composizioni dell’anno 70, le reminiscenze sonore ancora imprevedibili e lontane di un fascino che evoca il mondo magribino e orientale: i ritmi di "Areknames", "No u Turn", "Aria di Rivoluzione" o "Sequenze e Frequenze" preannunciano lo spazio mi(s)tico del Sahara, dell’Egitto faraonico o forse della Babilonia degli ziggurat, luoghi della saggezza perenne, che circonderanno la geografia cosmogonica di Battiato.

 

Più dirette sono le referenze al mondo arabo nel primo disco coll’EMI, "L’Era del Cinghiale Bianco" (1979) ; nella canzone che apre il disco con lo stesso titolo ci sono i ricordi di un possibile viaggio -sia di persona quanto immaginario- in Tunisia e in Siria: il temporale, gli alberghi pieni di turisti nell’estate, la sigaretta turca dell’uomo del maqhà, i Tullâb di Damasco, i profumi nell’aria della sera... In un’altra canzone, "Strade dell’Est" c’è il reincontro con la storia contemporanea: le vicende del leader kurdo Mustafà Barzânî nella lotta degli anni Sessanta contro gli Iracheni, e i Turchi che arrivano in un’Oriente dove le strade segnano i sentieri d’antiche carovane, strade dell’Est verso lo Sconosciuto. Fra kurdi e principesse, appare per la prima volta in un’altro brano dello disco -"Il Re del Mondo"- la menzione del sufismo, la via interiore e mistica dell’Islam, presente in questi paesi, e in questo caso "Nei vestiti bianchi a ruota/echi delle danze Sufi",   l'allusione alla danza cosmica dei dervisci girovaghi, l’ ordine (tarîqa) fondata da Gialâl ud-Din Rûmî a Konya (Turchia).rumi.gif (28802 byte)

Tempo dopo il mondo arabo torna a esser presente in una forma più notoria: l’utilizzo della lingua del Corano, in alcune parti delle composizioni di Battiato. A modo d’esempio segnalo i commenti in lingua araba alle misteriose scene di un’eclisse che ci sono ne "L’Arca di Noè" e la canzone "Arabian Song" con ritornello (e ritmi musicali arabi) da quella stessa parte del mondo che sembra tratto da una canzonetta infantile:

Qâla mu’allimu l-qarîati..

Kâna aggiabbalu fi-l-giabali

As-salâm ‘alaîkum ‘alaîki

Âlâna ànâ asskunu

Fra essi i personaggi di "Clamori": i shujûkh "custodi dei passaggi a livello nel   deserto" che "spargono lacrime di petrodollari" vittime delle loro ricchezze in un    american way of life in crisi, insieme ai sufi "soffocati" e î mullah "immobili", ultimi depositari di una spiritualità segreta e iniziatica, occulta ai comuni mortali. In questo stesso periodo dei primi Ottanta appare "Voglio vederti danzare", un’affermazione della danza come via al Sacro con la menzione dei già cosìddetti dervisci mevlevi girovaghi, e le danze delle zingare egiziane portatrici di candelabri che danzano il raqs sharqî con sensuali scuotimenti del bacino...

 

1985 data il disco "Mondi Lontanissimi", con un brano che brilla con personalità propria nelle canzoni d’influenza o tematica araba di Franco Battiato: " l Treni di Tozeur", presentata all’Eurofestival un’anno prima; Tozeur (Tawzar in arabo) è un bellissimo villaggio berbero nel Sahara tunisino, vicino alla frontiera con l’Algeria. In uno spazio quasi metafisico dove il tempo non sembra passare e dove i treni non arriveranno mai (in realtà si  fermano a Gafsa, kilometri prima), le immense "distese di sale" multicolore del Lago Salato Chott el-Jerid, provocano nel visitatore un fascino irresistibile motivandolo a sperimentare la gurba, il Mal d’Africa, l’esilio interiore che si prova se non si può tornare più specie in quei paesaggi salini e desertici dell’Ifriqiyya pieno di miraggi, sempre in cambiamento come gli esseri e le cose.

In un altro brano, "Risveglio di Primavera", sull’altra sponda del Canale di Sicilia, l’immagine onirica delle "notti bianche" saracene di un Mediterraneo del Cinquecento o del Seicento, sotto la minaccia dei Turchi, Nordafricani e renegados, contrasta con quella delle danzatrici di flamenco, danza andalusa metà araba metà indiana, carica anch’essa di misteriose origini, sotto lo sguardo di Greci e Spagnoli in locande nei dintorni di Catania. Un’ultima allusione si può trovare anche in "Chan-son Egocentrique", in uno dei versi in inglese: "Do you smile for arabian style?"; ciò è una vecchia reminiscenza dell’ibtisâm, il sorriso così celebrato dai poeti arabi, la gestualità come premio finale di un hubb (l’amore) che sempre è doveroso occultare agli occhi altrui.

 

Col trascorrere degli anni arriviamo nel 1988, quando esce "Fisiognomica" forse il disco arabo di Franco Battiato per eccellenza, con le percussioni orientali del brano che titola l'album, e l’utilizzo per due volte in un paio di canzoni della lingua del Corano: "Zai Zaman" e "Veni l’Autunnu". La prima è una rivisitazione di ricordi, un tornare indietro ai luoghi d’origine familiare 

 

Zai Zai Zaman

ialla nuzûr al-ahel

(Come tempo fa

andiamo a visitare la famiglia...)

 

 

L’altro brano, in dialetto siciliano con la fine in arabo, è forse un canto a quella Sicilia normanna, quella di Federico II, la Sicilia del Medioevo, sulla quale parlavamo all’inizio del presente testo, una Sicilia multiculturale, che ben può essere greca, moresca, latina o spagnola agli occhi del viaggiatore odierno specie d’origine mediterranea, facendogli provare un dejà vù sensoriale.

 

Un anno dopo, nel 1989, esce "Giubbe Rosse" con un brano inedito allora: "Lettera al Governatore della Libia" dove di nuovo viene ripresa la storia del mondo arabo contemporaneo. Ambientata agli inizi del secolo XX, in un’epoca dove ancora l'Europa si crede profeta della Civiltà e del Progresso e tratta di colonizzare l’Africa ‘incolta’ , la canzone ci porta verso le figure del guerrigliero libico ‘Umar al-Mukhtâr, detto il Leone del Deserto, e di Lawrance d’Arabia (l’avventuriero inglese interpretato così bene da Peter O’Toole nell’oscarizzato film omonimo) che lotta contro gli Ottomani nel Mashreq . La presenza dei soldati italiani in Libia è il sogno frustrato e decadente dell’Impero mussoliniano, simbolizzato in uno dei suoi militari, Roberto Graziani, che si crede erede del romano Scipione.. E, parafrasando Isabelle Eberhardt, "l´ambigua e l’assurda lotta del Dâr al-Harb (Occidente) contro il Dâr al-Islâm (Il Magreb)."

Due anni dopo, e così siamo giunti ai Novanta, nel 1991 esce "Come un Cammello in una Grondaia" che non ha testi in Arabo eccetto il titolo del disco la cui immagine è tratta da Al-Birûnî, studioso delle scienze d’origine persiana. Sarà l’anno seguente che vedremo in un’opera, "Gilgamesh", un‘altra prova dell’arabismo presente in Franco Battiato. In questo caso nel secondo atto dell’opera citata ci troviamo per ennesima volta la Sicilia come centro di gravità di un mondo, quello mediterraneo del secolo XIII (siamo nel 1240), dove si trovano sette sufi. Uno di quei sufi è una donna che ha abitato a Murcia, nel sudest della Spagna e che dice d’aver conosciuto lo sheykh detto "figlio di Platone" (Ibn Aflatûn) Muhyî ud-Dîn Ibn al-’Arabî (Ibn Arabi) citando anche un brano di una sua celebre composizione; poi parla un uomo conoscitore della letteratura di un sufi arabo-orientale, Abû l-Qâsim, e di Rûmî, il già menzionato fondatore dei dervisci ruotanti: Oriente e Occidente trovandosi nella Sicilia, simbolizzano così che la vera Saggezza è unica, valida per tutti gli uomini oltre le religioni, le lingue o le razze.

Posteriormente, nel 1995 esce "Caffé della Paix" dove si torna all’uso dell’arabo in un’intera canzone: "Fogh in-Nakhal", un bell’omaggio all’Iraq, patria di Gilgamesh o Enkidu o Ziryâb, e antica capitale della civiltà mesopotamica e ‘abbassî, oggi quasi devastata da un boicottaggio assurdo che dura da otto anni e della quale è ingiustamente vittima un’innocente popolazione civile. "Fogh in-Nakhal" raccoglie tutta la tradizione letteraria araba nell’uso delle metafore (la luna è il volto dell’amato; gli occhi dell’amante sono delle catene che rendono prigionero il cuore dell’amato) o sull’amore visto come malattia, la sofferenza come katharsis che purifica il cuore dell’amante e lo rende più puro. Un’ultima menzione al mondo magribino la troviamo in "Delenda Carthago", ambientata di nuovo in quello che è la Tunisia d’oggi, dove ci sono donne che hanno "le dita colorate di henna", antichissima tradizione artistica berbera del tattoo che si fa nelle grandi occasioni e che è patrimonio esclusivo femminile.

Parallelamente nello stesso tempo, la Casa Editrice "L’Ottava" pubblica anche due opere che hanno a che vedere col sufismo arabo e quello andalusino, il primo è il Kitâb Sirr al-Asrâr (Il Libro del Segreto dei Segreti) scritto da ‘Abd al-Qâdir al-Gîlânî, sufi di Bagdad, fondatore della tarîqa Qâdiriyyah, una delle fratellanze sufi più celebri del mondo islamico ancora oggi. L’altro libro è il Mahâsin al-Magiâlis (Letteralmente, "Bellezze delle Sessioni") (tradotto in italiano come "Sedute Mistiche") , scritto da Ibn Al-’Arîf di Almeria, sufi del XII secolo che abitò nell’Andalusia Orientale. A quell’epoca Almeria fu forse il nucleo sûfî più importante della Spagna musulmana e la figura di Ibn Al-’Arîf è quella anticipativa del murciano Ibn al-’Arabî. In entrambi i casi si tratta di recuperare tradizioni iniziatiche che ci rivolgono verso una forma di spiritualità interna che l’Occidente ormai più secolarizzato ha perduto, e che conforma uno degli angoli di quella montagna mistica dei Sufi al-Qâf dove c’è nella cima la Divinità.

Un’altro progetto di Franco che accade nello stesso periodo è l’opera "Il Cavaliere dell’Intelletto" dedicata a un re fra Oriente e Occidente già menzionato, Federico II, molto arabizzato nella sua forma d’essere e pensare, che torna a trovare in Sicilia il suo makân, lo spazio di una ricerca interiore diventata realtà fisica nei meravigliosi dialoghi filosofici mantenuti tramite messaggi col mistico murciano Ibn Sa’bîn, che radicava in quel momento a Ceuta, raccolti sotto il titolo di Awyibat wa l-As`ilat as-Siqiliyyah (Risposte e Domande Siciliane) tradotti da Michele Amari nella sua Biblioteca Arabo-Sicula e che rappresenta il possibile legame del Cavaliere col misticismo sufi e la falsafa islamica illuminista.

Murcia, Ceuta, Sicilia... Di nuovo, il miracolo del Mediterraneo crogiuolo di civilizzazioni. Il secolo XIII fu un bel tempo per gli scambi d’idee fra genti diverse, in Sicilia con Federico II e nella Spagna, con Alfonso X, il "Re Saggio" che viveva fra l' Europa e Al-Andalus e che ordinò di scrivere la lapide del suo sepolcro in tre lingue: latino, arabo ed ebraico. Due spiriti avanzati del loro tempo che esprimono tanto bene il carattere di una Sicilia atemporale e ricca di storia, più africana che europea, "figlia di Al-Andalus" e "dove giammai ti sentirai straniero" come disse Ibn Giubayr il Valenciano che la visitò nel XII secolo.

Un’isola dei giardini come la descrive Ibn Hamdîs di Siracusa:

Nathartu ilà husn al-Riyâdh wa-gaymu-ha giarà da’amah minhunna fi ‘uyûn az-zuhri

Fa-lam tar’aynî bayna-hâ ka-shâqâ`iq tabalbalhâ al-arwâh fi-l-qadhbi -lkhudhri

Ka-mâ mashitat ‘ayd al-qayân shu’ûra-hâ wa-qâmat lir-raqs fi galâ`ili-hâ al-humri

 

(Guardo la bellezza dei giardini, postochè la nube ha sparso le sue lagrime dall’alto,sugli occhi dei fiori./ Così non avresti veduto un’altro che degli altri occhi in mezzo ai giardini come quelli  dei rosolacci, agitati dai venti, sul loro verde stelo/ come se fossero state delle snelle ballerine che si pettinassero i capelli e indossassero per danzare tuniche rosse).

 

NOMADAS copia.JPG (15159 byte) Come presentemente, all’inizio del secondo milennio,abbiamo 
  Franco Battiato e la sua musica, un’opera dedicata a raccogliere un’identità e una memoria etnica che ancora brilla intatta in monumenti come la Cattedrale Normanna di Monreale e già oggi quasi dimenticata dallo stile invasivo di vita che ci obbliga per forza la pax americana. Ancora c’è un Mediterraneo da scoprire sembra dirci Battiato nelle sue canzoni. Una musica mediterranea che si identifica anche nel suo pubblico spagnolo, specie l’andaluso come viene dimostrato lo scorso Luglio 98 a Malaga o nell’opinione di un professore d’Istituto Magistrale di Berja (Almeria) quando ci commentava tempo dopo il concerto, di come la musica di Battiato avesse le reminiscenze di un certo tipo di musica arabeggiante di Granada della zona de Las Alpujarras.

La sua musica è anche il legame che torna ad unire paesi storicamente affini ma dimentichi uno dell’altro, pensiamo ad esempio ai tanti secoli di dominazione spagnola nell’Isola. La sua musica continua ancora i rapporti fra ambedue i luoghi, ancora c’è una storia da scrivere...

In un’isola il cui popolo è miscela di tanti popoli, secondo la vecchia "canzuna siciliana", là dove " di luntanu vinnunu li forastieri a massa," ognuno ha lasciato il suo segno esistenziale che il siciliano solo sa. Ma è anche il desiderio di trascendere l’Isola in sè: la metafora del viaggio, odissea greca o rihlat islamica, che spinge l’uomo nativo ad abbandonarla per aprirsi alle cose nuove. Sicilia come la Spagna e il Portogallo è anche la terra della migrazione, perchè il sentimento isolano invita anche a scappare dagli eterni orizzonti azzurri del Mediterraneo. Lo sconosciuto, l’ignaro guardato con occhi attesi di oniriche promesse di Mutamento: ("Il cielo è senza nuvole padre fammi partire")("Da Oriente a Occidente").

imgt00h.jpg (4519 byte)Dopo tanti anni il viaggio iniziatico personale e artistico di Franco Battiato sembra ritornare alla sua origine, la tappa finale di una rihlat per la vita nel senso dei versi di T.S.Eliot in ‘Little Giding’ : "...E non lasceremmo d’esplorare/ e alla fine di tutta la ricerca/arriveremmo al punto di partenza/ e per la prima volta conosceremmo il luogo":

E la destinazione finale è la Sicilia, sotto lo sguardo custode del Mongibello:

"Regresar al sur
  para seguir mi destino
  a próxima etapa de mi camino en mí
para encontrar mi estrella
los cielos, los mares
  dónde estaba yo"
("Giubbe Rosse")(versione spagnola)

La metafora del viaggio simbolico interiore è anche valida nel caso di Battiato, l’andata e ritorno circolare degli uomini cercatori, pellegrini dell’anima, che aprono nuove frontiere di saggezza... "È un bambino quando parte, ma è un’eroe quando ritorna" scrisse Fernando Pessoa . Il viaggio nostro può essere quello di Gilgamesh, Ulisse, il pellegrinaggio in luoghi sacri od inaccessibili come Gerusalemme, Santiago di Compostela, Varanasî o La Mecca o per l’universo ("Genesi"). Geografie di un kosmós grande o piccolo.

Non importa il dove né il quando, l’importante é iniziare ed ARRIVARE ("Camminatore che vai/ cercando la pace nel crepuscolo/la troverai/ alla fine della strada".)("Nomadi") e chiudere il Cerchio come la Ruota della Fortuna di un immenso Tarocco Celeste, segno archetipico che Tutto è in mutazione. La Materia e la Mente sono pieni di specchi deformanti che ci ingannano. Soltanto nel viaggio verso il Mondo Interiore si può trovare l'Essere, la Verità Unica oltre le apparenze... come dicono i grandi mistici di qualsiasi religione.. Le distanze del cammino (sulûk, iter spiritualis) non importano, il primordiale è arrivare a un centro.

 

Il Centro è l’Origine e la Fine, Alfa e Omega. E' il Centro di un Cerchio che torna nei cicli cosmici , Ruota della Fortuna, Samsâra buddhico... Ma guardiamo ciò che dice il padre del sufismo arabo-andaluso, Ibn ‘Arabî: "Il Centro è la Verità; il vuoto esteriore alla circonferenza, il Nulla... L'Oscurità; lo spazio compreso fra il centro è detto Vuoto Esterno alla Circonferenza, il possibile". Non ci ricorda questo il seguente testo presente in "GENESI", la prima opera di Battiato?:

 

Lo Sguardo di Dio

Segue la curva dello Spazio

e in un cerchio perfetto

contempla Se Stesso

 

Per il mistico sufista di Murcia, il costitutivo dell'Essere Eterno è la LUCE; l'ESSERE POSSIBILE, l'OSCURITÀ. Tramite bellissime metafore -un possibile antecedente nelle idee del compositore, ricorda una certa tendenza di "Fisiognomica"- Ibn ‘Arabî ci esprime il suo parere: "Conoscere il POSSIBILE e' l'Oceano della Scienza; mare immensissimo le cui gonfiate onde fanno naufragare la debole nave della mente umana; mare, infine, le cui rive non sono altre che quei codesti limiti: il Necessario e il Possibile... come se entrambi si differenziassero tra loro nella stessa maniera della sinistra e la destra". Per i sufi, la meta del Cammino è il fanà, la dissociazione nell' Unico, fra il Tu e il Lui ("l'altro") non c'è spazio... È l'incontro fra l'Amato e l'Amata nella "gianna" (il Paradiso in arabo), così come viene raccontato nel "Convito" dantesco, nel "Cántico Espiritual" di San Giovanni d'Avila: "Amada en el Amado transformada" -scrive- o  nel "Targiumân al-’Ashrâq", "L'interprete dei desideri ardenti", del già sopra citato Ibn Arabi il Murciano.).

 

 

In definitiva, ascoltare Franco Battiato è fare un viaggio senza fine, dove ci apriamo a un nuovo modo del vedere le cose che ci arricchisce con ogni passo che avanziamo. È un pensautore, un artista aperto a nuovi linguaggi, al dialogo fra civiltà, alla scoperta di sapienze scomparse, a nuove percezioni delle cose dove passato e futuro si trovano nella sua musica. In un mondo dove tutto sembra uniformarsi, proposte alternative come quella di Franco nelle sue canzoni sono necessarie.

 

Una musica universale, filosofica e poetica proveniente da un luogo magico e arcaico, la Sicilia,, che non perde il suo profumo moltisecolare fra aromi di azahar (fior d’arancio), mare e zolfo, e che ancora ci mostra la sua particolarissima arte del vivere come la racconta il già suddetto Ibn Hamdîs di Siracusa in un poema d’orientalizzanti metafore tradotto dall’Amari: "É un paese cui la colomba diè in prestito sua collana e il pavone suo splendido ammanto; dove i raggi del sole avivan le piante d’amorosa virtù ch’empie l’aere di fraganza; dove tu respiri un diletto che spegne le aspre cure; senti una gioia che cancella ogni vestigio d’avversità." Una Sicilia delle culture che può essere il centro di gravità di un nuovo reincontro nel Mediterraneo delle due rive.

ZAYNAB

BATTIATO Lyrics en español

Zaynab astrochart

 

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