Il Mediterraneo è pieno
di belle leggende, come questa: Racconta Ibn Khaldûn at-Tûnisî come nel secolo IX,
sotto il regno dei califfi andalusini ommeyyiadi, arrivò in terre iberiche un musicista e
compositore dorigine kurda proveniente da Bagdad di nome Ziryâb, detto
"lUccello Nero". Tempo dopo, Ziryâb radicò a Cordova allora capitale di
Al-Andalus, e là fondò il primo conservatorio dellEuropa medioevale diventando
così il padre artistico di un genere conosciuto come "musica arabo-andalusa"
(al-mûsîqà al-andalusiyyah). Una musica che secoli dopo tornò di nuovo nel Magreb coi
mudejares e moriscos profughi nel Marocco (Scuola di Tangeri) e in Tunisia (Malûf), e che
lasciò il suo segno nel flamenco.

Il caso di Ziryâb è
lincontro culturale fra Oriente e Occidente in unepoca dove la cultura
arabo-islamica giuocò un ruolo importante nella conservazione di uneredità dove si
collocavano il mondo indù, quello persiano e quello greco-latino. Una conoscenza
singolare che è giunta nellEuropa per due vie: la Sicilia e la Penisola Iberica.
Per secoli lo scopo del bacino del Mediterraneo fu diventare il dialogo delle civiltà,
nascondendo in sè dallAntichità, come scrive lo scrittore spagnolo Luis Racionero
"una forma dessere che riposa sotto la diversità delle culture che guardano
verso questo mare, e che simbolizza il suo esotismo in cinque parole: "Tatto , luce,
temperatura, odore, silenzio..."(...)".
Sia la Sicilia quanto
lIberia svilupparono nel medioevo delle civiltà splendide, dove il cristiano,
lebreo o il mulsumano convivevano assieme; così accadde nella Trinacria coi
normanni e con Federico II, e nella Spagna del secolo XIII con Alfonso X il Saggio,
re di Castiglia, mecenate di numerose traduzioni di testi classici filosofici e
scientifici, il cui spirito di tolleranza appare nelle "Cantigas" dove il
celebre disegno del musicista arabo-andalusino e quello castigliano, suonando insieme il
liuto rappresentano il modus vivendi di unepoca già svanita nel silenzio del Tempo,
e ingiustamente fraintesa dallistoriografia ufficiale dellEuropa del secolo
XX.
Nonostante che
questanima araba degli antichi dominatori, giammai è stata dimenticata, in qualche
caso finisce per risorgere dalle sue tenebre come è il caso dei testi della musica del
siciliano Franco Battiato.
Lui, fisognomicamente arabico , fa parte di questo legame che
unisce lOriente collOccidente, come nel Medieovo andaluso fece Ziryâb,
situando dal canto suo la Sicilia come centro di gravità di un Mediterraneo che torna a
trovare le sue radici, come il serpente alchemico che chiude nella coda il Cerchio
dellEterno Ritorno.
Guardando indietro lopera del
cantautore ripostese, troviamo già nelle prime composizioni dellanno 70, le
reminiscenze sonore ancora imprevedibili e lontane di un fascino che evoca il mondo
magribino e orientale: i ritmi di "Areknames", "No u Turn", "Aria
di Rivoluzione" o "Sequenze e Frequenze" preannunciano lo spazio mi(s)tico
del Sahara, dellEgitto faraonico o forse della Babilonia degli ziggurat, luoghi
della saggezza perenne, che circonderanno la geografia cosmogonica di Battiato.
Più dirette sono le
referenze al mondo arabo nel primo disco collEMI, "LEra del Cinghiale
Bianco" (1979) ; nella canzone che apre il disco con lo stesso titolo ci sono i
ricordi di un possibile viaggio -sia di persona quanto immaginario- in Tunisia e in Siria:
il temporale, gli alberghi pieni di turisti nellestate, la sigaretta turca
delluomo del maqhà, i Tullâb di Damasco, i profumi nellaria della sera... In
unaltra canzone, "Strade dellEst" cè il reincontro con la
storia contemporanea: le vicende del leader kurdo Mustafà Barzânî nella lotta degli
anni Sessanta contro gli Iracheni, e i Turchi che arrivano in unOriente dove le
strade segnano i sentieri dantiche carovane, strade dellEst verso lo
Sconosciuto. Fra kurdi e principesse, appare per la prima volta in unaltro brano
dello disco -"Il Re del Mondo"- la menzione del sufismo, la via interiore e
mistica dellIslam, presente in questi paesi, e in questo caso "Nei vestiti
bianchi a ruota/echi delle danze Sufi", l'allusione alla danza cosmica
dei dervisci girovaghi, l ordine (tarîqa) fondata da Gialâl ud-Din Rûmî a Konya
(Turchia).
Tempo dopo il mondo arabo
torna a esser presente in una forma più notoria: lutilizzo della lingua del Corano,
in alcune parti delle composizioni di Battiato. A modo desempio segnalo i commenti
in lingua araba alle misteriose scene di uneclisse che ci sono ne "LArca
di Noè" e la canzone "Arabian Song" con ritornello (e ritmi musicali
arabi) da quella stessa parte del mondo che sembra tratto da una canzonetta infantile:
| Qâla
muallimu l-qarîati.. |
Kâna aggiabbalu fi-l-giabali |
As-salâm alaîkum alaîki |
Âlâna ànâ asskunu |
1985 data il disco
"Mondi Lontanissimi", con un brano che brilla con personalità propria nelle
canzoni dinfluenza o tematica araba di Franco Battiato: " l Treni di
Tozeur", presentata allEurofestival unanno prima; Tozeur (Tawzar in
arabo) è un bellissimo villaggio berbero nel Sahara tunisino, vicino alla frontiera con
lAlgeria. In uno spazio quasi metafisico dove il tempo non sembra passare e dove i
treni non arriveranno mai (in realtà si fermano a Gafsa, kilometri prima), le
immense "distese di sale" multicolore del Lago Salato Chott el-Jerid, provocano
nel visitatore un fascino irresistibile motivandolo a sperimentare la gurba, il Mal
dAfrica, lesilio interiore che si prova se non si può tornare più specie in
quei paesaggi salini e desertici dellIfriqiyya pieno di miraggi, sempre in
cambiamento come gli esseri e le cose.
In un altro brano,
"Risveglio di Primavera", sullaltra sponda del Canale di Sicilia,
limmagine onirica delle "notti bianche" saracene di un Mediterraneo del
Cinquecento o del Seicento, sotto la minaccia dei Turchi, Nordafricani e renegados,
contrasta con quella delle danzatrici di flamenco, danza andalusa metà araba metà
indiana, carica anchessa di misteriose origini, sotto lo sguardo di Greci e
Spagnoli in locande nei dintorni di Catania. Unultima allusione si può trovare
anche in "Chan-son Egocentrique", in uno dei versi in inglese: "Do you
smile for arabian style?"; ciò è una vecchia reminiscenza dellibtisâm, il
sorriso così celebrato dai poeti arabi, la gestualità come premio finale di un hubb
(lamore) che sempre è doveroso occultare agli occhi altrui.
Col trascorrere degli
anni arriviamo nel 1988, quando esce "Fisiognomica" forse il disco arabo di
Franco Battiato per eccellenza, con le percussioni orientali del brano che titola l'album,
e lutilizzo per due volte in un paio di canzoni della lingua del Corano: "Zai
Zaman" e "Veni lAutunnu". La prima è una rivisitazione di ricordi,
un tornare indietro ai luoghi dorigine familiare
Zai Zai
Zaman |
ialla
nuzûr al-ahel |
(Come
tempo fa |
andiamo a
visitare la famiglia...) |
Laltro brano, in
dialetto siciliano con la fine in arabo, è forse un canto a quella Sicilia normanna,
quella di Federico II, la Sicilia del Medioevo, sulla quale parlavamo allinizio del
presente testo, una Sicilia multiculturale, che ben può essere greca, moresca, latina o
spagnola agli occhi del viaggiatore odierno specie dorigine mediterranea, facendogli
provare un dejà vù sensoriale.
Un anno dopo, nel 1989,
esce "Giubbe Rosse" con un brano inedito allora: "Lettera al Governatore
della Libia" dove di nuovo viene ripresa la storia del mondo arabo contemporaneo.
Ambientata agli inizi del secolo XX, in unepoca dove ancora l'Europa si crede
profeta della Civiltà e del Progresso e tratta di colonizzare lAfrica
incolta , la canzone ci porta verso le figure del guerrigliero libico
Umar al-Mukhtâr, detto il Leone del Deserto, e di Lawrance dArabia
(lavventuriero inglese interpretato così bene da Peter OToole
nelloscarizzato film omonimo) che lotta contro gli Ottomani nel Mashreq . La
presenza dei soldati italiani in Libia è il sogno frustrato e decadente dellImpero
mussoliniano, simbolizzato in uno dei suoi militari, Roberto Graziani, che si crede erede
del romano Scipione.. E, parafrasando Isabelle Eberhardt, "l´ambigua e
lassurda lotta del Dâr al-Harb (Occidente) contro il Dâr al-Islâm (Il
Magreb)."
Due anni dopo, e così
siamo giunti ai Novanta, nel 1991 esce "Come un Cammello in una Grondaia" che
non ha testi in Arabo eccetto il titolo del disco la cui immagine è tratta da
Al-Birûnî, studioso delle scienze dorigine persiana. Sarà lanno seguente
che vedremo in unopera, "Gilgamesh", unaltra prova
dellarabismo presente in Franco Battiato. In questo caso nel secondo atto
dellopera citata ci troviamo per ennesima volta la Sicilia come centro di gravità
di un mondo, quello mediterraneo del secolo XIII (siamo nel 1240), dove si trovano sette
sufi. Uno di quei sufi è una donna che ha abitato a Murcia, nel sudest della Spagna e che
dice daver conosciuto lo sheykh detto "figlio di Platone" (Ibn Aflatûn)
Muhyî ud-Dîn Ibn al-Arabî (Ibn Arabi) citando anche un brano di una sua celebre
composizione; poi parla un uomo conoscitore della letteratura di un sufi arabo-orientale,
Abû l-Qâsim, e di Rûmî, il già menzionato fondatore dei dervisci ruotanti: Oriente e
Occidente trovandosi nella Sicilia, simbolizzano così che la vera Saggezza è unica,
valida per tutti gli uomini oltre le religioni, le lingue o le razze.
Posteriormente, nel 1995
esce "Caffé della Paix" dove si torna alluso dellarabo in
unintera canzone: "Fogh in-Nakhal", un bellomaggio allIraq,
patria di Gilgamesh o Enkidu o Ziryâb, e antica capitale della civiltà mesopotamica e
abbassî, oggi quasi devastata da un boicottaggio assurdo che dura da otto anni e
della quale è ingiustamente vittima uninnocente popolazione civile. "Fogh
in-Nakhal" raccoglie tutta la tradizione letteraria araba nelluso delle
metafore (la luna è il volto dellamato; gli occhi dellamante sono delle
catene che rendono prigionero il cuore dellamato) o sullamore visto come
malattia, la sofferenza come katharsis che purifica il cuore dellamante e lo rende
più puro. Unultima menzione al mondo magribino la troviamo in "Delenda
Carthago", ambientata di nuovo in quello che è la Tunisia doggi, dove ci sono
donne che hanno "le dita colorate di henna", antichissima tradizione artistica
berbera del tattoo che si fa nelle grandi occasioni e che è patrimonio esclusivo
femminile.
Parallelamente nello
stesso tempo, la Casa Editrice "LOttava" pubblica anche due opere che
hanno a che vedere col sufismo arabo e quello andalusino, il primo è il Kitâb Sirr
al-Asrâr (Il Libro del Segreto dei Segreti) scritto da Abd al-Qâdir al-Gîlânî,
sufi di Bagdad, fondatore della tarîqa Qâdiriyyah, una delle fratellanze sufi più
celebri del mondo islamico ancora oggi. Laltro libro è il Mahâsin al-Magiâlis
(Letteralmente, "Bellezze delle Sessioni") (tradotto in italiano come
"Sedute Mistiche") , scritto da Ibn Al-Arîf di Almeria, sufi del XII
secolo che abitò nellAndalusia Orientale. A quellepoca Almeria fu forse il
nucleo sûfî più importante della Spagna musulmana e la figura di Ibn Al-Arîf è
quella anticipativa del murciano Ibn al-Arabî. In entrambi i casi si tratta di
recuperare tradizioni iniziatiche che ci rivolgono verso una forma di spiritualità
interna che lOccidente ormai più secolarizzato ha perduto, e che conforma uno degli
angoli di quella montagna mistica dei Sufi al-Qâf dove cè nella cima la Divinità.
Unaltro progetto di
Franco che accade nello stesso periodo è lopera "Il Cavaliere
dellIntelletto" dedicata a un re fra Oriente e Occidente già menzionato,
Federico II, molto arabizzato nella sua forma dessere e pensare, che torna a trovare
in Sicilia il suo makân, lo spazio di una ricerca interiore diventata realtà fisica nei
meravigliosi dialoghi filosofici mantenuti tramite messaggi col mistico murciano Ibn
Sabîn, che radicava in quel momento a Ceuta, raccolti sotto il titolo di Awyibat wa
l-As`ilat as-Siqiliyyah (Risposte e Domande Siciliane) tradotti da Michele Amari nella sua
Biblioteca Arabo-Sicula e che rappresenta il possibile legame del Cavaliere col misticismo
sufi e la falsafa islamica illuminista.
Murcia, Ceuta, Sicilia...
Di nuovo, il miracolo del Mediterraneo crogiuolo di civilizzazioni. Il secolo XIII fu un
bel tempo per gli scambi didee fra genti diverse, in Sicilia con Federico II e nella
Spagna, con Alfonso X, il "Re Saggio" che viveva fra l' Europa e Al-Andalus e
che ordinò di scrivere la lapide del suo sepolcro in tre lingue: latino, arabo ed
ebraico. Due spiriti avanzati del loro tempo che esprimono tanto bene il carattere di una
Sicilia atemporale e ricca di storia, più africana che europea, "figlia di
Al-Andalus" e "dove giammai ti sentirai straniero" come disse Ibn Giubayr
il Valenciano che la visitò nel XII secolo.
Unisola dei
giardini come la descrive Ibn Hamdîs di Siracusa:
Nathartu
ilà husn al-Riyâdh wa-gaymu-ha giarà daamah minhunna fi uyûn az-zuhri |
Fa-lam
taraynî bayna-hâ ka-shâqâ`iq tabalbalhâ al-arwâh fi-l-qadhbi -lkhudhri |
Ka-mâ
mashitat ayd al-qayân shuûra-hâ wa-qâmat lir-raqs fi galâ`ili-hâ
al-humri |
(Guardo la bellezza dei
giardini, postochè la nube ha sparso le sue lagrime dallalto,sugli occhi dei
fiori./ Così non avresti veduto unaltro che degli altri occhi in mezzo ai giardini
come quelli dei rosolacci, agitati dai venti, sul loro verde stelo/ come se fossero
state delle snelle ballerine che si pettinassero i capelli e indossassero per danzare
tuniche rosse).
Come presentemente,
allinizio del secondo milennio,abbiamo
Franco Battiato e la sua musica, unopera dedicata a raccogliere
unidentità e una memoria etnica che ancora brilla intatta in monumenti come la
Cattedrale Normanna di Monreale e già oggi quasi dimenticata dallo stile invasivo di vita
che ci obbliga per forza la pax americana. Ancora cè un Mediterraneo da scoprire
sembra dirci Battiato nelle sue canzoni. Una musica mediterranea che si identifica anche
nel suo pubblico spagnolo, specie landaluso come viene dimostrato lo scorso Luglio
98 a Malaga o nellopinione di un professore dIstituto Magistrale di Berja
(Almeria) quando ci commentava tempo dopo il concerto, di come la musica di Battiato
avesse le reminiscenze di un certo tipo di musica arabeggiante di Granada della zona de
Las Alpujarras.
La sua musica è anche il
legame che torna ad unire paesi storicamente affini ma dimentichi uno dellaltro,
pensiamo ad esempio ai tanti secoli di dominazione spagnola nellIsola. La sua musica
continua ancora i rapporti fra ambedue i luoghi, ancora cè una storia da
scrivere...
In unisola il cui
popolo è miscela di tanti popoli, secondo la vecchia "canzuna siciliana", là
dove " di luntanu vinnunu li forastieri a massa," ognuno ha lasciato il suo
segno esistenziale che il siciliano solo sa. Ma è anche il desiderio di trascendere
lIsola in sè: la metafora del viaggio, odissea greca o rihlat islamica, che spinge
luomo nativo ad abbandonarla per aprirsi alle cose nuove. Sicilia come la Spagna e
il Portogallo è anche la terra della migrazione, perchè il sentimento isolano invita
anche a scappare dagli eterni orizzonti azzurri del Mediterraneo. Lo sconosciuto,
lignaro guardato con occhi attesi di oniriche promesse di Mutamento: ("Il cielo
è senza nuvole padre fammi partire")("Da Oriente a Occidente").
Dopo tanti anni il viaggio
iniziatico personale e artistico di Franco Battiato sembra ritornare alla sua origine, la
tappa finale di una rihlat per la vita nel senso dei versi di T.S.Eliot in Little
Giding : "...E non lasceremmo desplorare/ e alla fine di tutta la
ricerca/arriveremmo al punto di partenza/ e per la prima volta conosceremmo il
luogo":
E la destinazione finale
è la Sicilia, sotto lo sguardo custode del Mongibello:
| "Regresar
al sur |
| para
seguir mi destino |
| a
próxima etapa de mi camino en mí |
| para
encontrar mi estrella |
| los cielos,
los mares |
|
dónde estaba yo" |
| ("Giubbe
Rosse")(versione spagnola) |
La
metafora del viaggio simbolico interiore è anche valida nel caso di Battiato,
landata e ritorno circolare degli uomini cercatori, pellegrini dellanima, che
aprono nuove frontiere di saggezza... "È un bambino quando parte, ma è uneroe
quando ritorna" scrisse Fernando Pessoa . Il viaggio nostro può essere quello di
Gilgamesh, Ulisse, il pellegrinaggio in luoghi sacri od inaccessibili come Gerusalemme,
Santiago di Compostela, Varanasî o La Mecca o per luniverso ("Genesi").
Geografie di un kosmós grande o piccolo.
Non importa il dove né
il quando, limportante é iniziare ed ARRIVARE ("Camminatore che vai/ cercando
la pace nel crepuscolo/la troverai/ alla fine della strada".)("Nomadi") e
chiudere il Cerchio come la Ruota della Fortuna di un immenso Tarocco Celeste, segno
archetipico che Tutto è in mutazione. La Materia e la Mente sono pieni di specchi
deformanti che ci ingannano. Soltanto nel viaggio verso il Mondo Interiore si può trovare
l'Essere, la Verità Unica oltre le apparenze... come dicono i grandi mistici di qualsiasi
religione.. Le distanze del cammino (sulûk, iter spiritualis) non importano, il
primordiale è arrivare a un centro.
Il Centro è
lOrigine e la Fine, Alfa e Omega. E' il Centro di un Cerchio che torna nei cicli
cosmici , Ruota della Fortuna, Samsâra buddhico... Ma guardiamo ciò che dice il padre
del sufismo arabo-andaluso, Ibn Arabî: "Il Centro è la Verità; il vuoto
esteriore alla circonferenza, il Nulla... L'Oscurità; lo spazio compreso fra il centro è
detto Vuoto Esterno alla Circonferenza, il possibile". Non ci ricorda questo il
seguente testo presente in "GENESI", la prima opera di Battiato?:
Lo
Sguardo di Dio |
Segue la
curva dello Spazio |
e in un
cerchio perfetto |
contempla
Se Stesso |
Per il mistico sufista di
Murcia, il costitutivo dell'Essere Eterno è la LUCE; l'ESSERE POSSIBILE, l'OSCURITÀ.
Tramite bellissime metafore -un possibile antecedente nelle idee del compositore, ricorda
una certa tendenza di "Fisiognomica"- Ibn Arabî ci esprime il suo parere:
"Conoscere il POSSIBILE e' l'Oceano della Scienza; mare immensissimo le cui gonfiate
onde fanno naufragare la debole nave della mente umana; mare, infine, le cui rive non sono
altre che quei codesti limiti: il Necessario e il Possibile... come se entrambi si
differenziassero tra loro nella stessa maniera della sinistra e la destra". Per i
sufi, la meta del Cammino è il fanà, la dissociazione nell' Unico, fra il Tu e il Lui
("l'altro") non c'è spazio... È l'incontro fra l'Amato e l'Amata nella
"gianna" (il Paradiso in arabo), così come viene raccontato nel
"Convito" dantesco, nel "Cántico Espiritual" di San Giovanni d'Avila:
"Amada en el Amado transformada" -scrive- o nel "Targiumân
al-Ashrâq", "L'interprete dei desideri ardenti", del già sopra
citato Ibn Arabi il Murciano.).
In definitiva, ascoltare
Franco Battiato è fare un viaggio senza fine, dove ci apriamo a un nuovo modo del vedere
le cose che ci arricchisce con ogni passo che avanziamo. È un pensautore, un artista
aperto a nuovi linguaggi, al dialogo fra civiltà, alla scoperta di sapienze scomparse, a
nuove percezioni delle cose dove passato e futuro si trovano nella sua musica. In un mondo
dove tutto sembra uniformarsi, proposte alternative come quella di Franco nelle sue
canzoni sono necessarie.
Una musica universale,
filosofica e poetica proveniente da un luogo magico e arcaico, la Sicilia,, che non perde
il suo profumo moltisecolare fra aromi di azahar (fior darancio), mare e zolfo, e
che ancora ci mostra la sua particolarissima arte del vivere come la racconta il già
suddetto Ibn Hamdîs di Siracusa in un poema dorientalizzanti metafore tradotto
dallAmari: "É un paese cui la colomba diè in prestito sua collana e il pavone
suo splendido ammanto; dove i raggi del sole avivan le piante damorosa virtù
chempie laere di fraganza; dove tu respiri un diletto che spegne le aspre
cure; senti una gioia che cancella ogni vestigio davversità." Una Sicilia
delle culture che può essere il centro di gravità di un nuovo reincontro nel
Mediterraneo delle due rive.
ZAYNAB
BATTIATO Lyrics en español
Zaynab astrochart