L’INTERVISTA - Franco Battiato: un nuovo disco e una mostra dei suoi quadri

super1.jpg (19711 byte) Ferro battuto & oro dipinto

di PIERO NEGRI
   
    

   

Il cantautore siciliano, che esce con un album prezioso ed è protagonista di un’esposizione a Roma, si racconta: i testi scritti con un filosofo, citando Plutarco; i suoi dipinti come icone. E la voglia di debuttare nel cinema.

Franco Battiato ha appena letto quello che i quotidiani hanno scritto del suo nuovo album Ferro battuto. Tra un tentativo e l’altro di fare funzionare il nuovo telefonino, commenta: «È stato un plebiscito, tutti ne hanno scritto molto bene: è quello che ci si aspetta ogni volta, e che non succede sempre, purtroppo. È interessante scoprire come viene accolto un nuovo album. Si tratta di musica leggera: senza la reazione, si annulla anche l’azione».

  • A proposito di reazione: è sembrata superiore alle attese di tutti, credo anche alle tue, quella ottenuta da Fleurs, l’album precedente che conteneva solo canzoni altrui. È un’impressione giusta?

«È stato un album molto importante per me. Non avrei mai immaginato che potesse avere tanto successo, anche se ne conoscevo le potenzialità: prima che un album è stato un recital, che ho tenuto soprattutto in Spagna e che da tempo mi consigliavano di registrare. Ha venduto 350 mila copie senza pubblicità radiofonica o televisiva, con il vecchio e sempre efficace passaparola. Il tam tam è la vera promozione».

  • Molti paragonano Ferro battuto a La voce del padrone, l’album che 20 anni fa ti ha aperto un pubblico nuovo e vastissimo. Che cosa ne dici?

«Dico che mi fa molto piacere. C’è, nei due album, lo stesso divertimento. E quando ci si diverte, significa che si sta bene. Questo è sicuro. Ed è importantissimo, in questa comunicazione spicciola che è la musica leggera. Che, lo ripeto, senza il pubblico non esiste».

  • Sì, però, e sempre a proposito del pubblico, ai tempi di La voce del padrone c’era anche la voglia di provocare, di cantare e fare cantare di «gesuiti euclidei» e «minima immoralia». O è un’impressione sbagliata?

«No, l’impressione è giusta. Il fatto è che anche in La voce del padrone c’era un buon umore che attraversava le canzoni al di là della mia stessa volontà. In questo ambito musicale, più che la perfezione stilistica, conta la resistenza alla ripetizione. Se le canzoni non ti fanno venire l’orticaria neppure al millesimo ascolto, allora sono riuscite».

  • C’è una ricetta per ottenere questo risultato?

«Forse potremmo chiamare in causa Jung: c’è una zona inconscia che comunica con chi ascolta e che l’artista, come un’antenna, deve intercettare».

  • Si parla però anche attraverso simboli, come la doppia copertina di Ferro battuto, in particolare quella esterna, che ricorda una certa grafica da realismo socialista...

«Me l’hanno proposta e l’ho trovata sorprendente. Oggi si parla anche attraverso simboli prepotenti. E questo è prepotente».

  • E poi c’è quella interna, dipinta da te, che raffigura una finestra...

«È il mistero della clausura, e dunque forse rappresenta meglio il contenuto dell’album. Ha maggiore assonanza con la musica».

  • Continuando l’analisi della copertina, debutta anche un simbolo che unisce le tue iniziali, F e B...

«Me l’ha mandato una ragazza che segue il mio lavoro, chiamiamola un’ammiratrice. Mi è subito piaciuto, mi è sembrato ben concepito, e le ho chiesto di poterlo utilizzare. Ha qualcosa di giapponese, sembra un’ideogramma, e ricorda un po’ i dervisci rotanti».

  • Continui a dipingere?

«Certo. In questi giorni a Roma, alla Società Dante Alighieri, è aperta una mostra dei miei quadri. Poi esporrò a Reggio Emilia, in un luogo per me molto interessante, nella Sinagoga. La pittura sta diventando molto importante. Ho iniziato per superare la mia totale incapacità di disegnare, di creare immagini: sono rimasto la "patata" che ero, ma la tecnica ora mi aiuta a nascondere i difetti naturali. In verità, però, il bello della pittura è che trasmetti quello che sei. La tecnica è importante, ma in tutti i campi dell’espressione serve soltanto se hai un mondo interiore tutto tuo da descrivere, da raccontare».

  • Dipingi sempre su fondo oro?

«Sempre. Trovo l’oro molto elegante, è un elemento che ha una purezza davvero invidiabile».

  • Si dice anche che tu stia pensando a esprimerti attraverso il video, o addirittura il cinema...

«Ogni volta che mi cimento con qualche nuovo mezzo d’espressione ho una forte diffidenza da superare. Faccio fatica a buttarmi, a lasciarmi andare. Non è paura (paure non ne ho), è serietà: mi dispiacerebbe fare qualcosa di discutibile, di dilettantesco. Ho bisogno di capire fino a che punto padroneggio il mezzo. E poi, non è ancora arrivata la storia giusta, all’altezza del mio ideale. Però ho un’apertura in questa direzione: sì, mi piacerebbe lavorare sull’immagine».

  • E intanto stai lavorando a un cortometraggio intorno ad alcune delle canzoni di Ferro battuto...

«È un pretesto per descrivere tre delle nuove canzoni, per essere presente in televisione con immagini dignitose. Non per impadronirmi di una tecnica, la tecnica non mi interessa, non mi ha mai interessato neanche nella musica: per esempio, non sono mai stato fanatico dell’elettronica in quanto tale, neanche quando facevo musica sperimentale. L’ho usata, ma l’ho piegata ai miei fini».

  • Tornando a Ferro battuto, stupisce un po’ la presenza del filosofo Manlio Sgalambro, che firma con te tutti i testi: sembrava un’accoppiata un po’ particolare, forse anche bizzarra, sta diventando la collaborazione più duratura della tua carriera...

«Il segreto è che si tratta di una collaborazione molto discreta e al tempo stesso molto intensa. Lavoriamo molto bene insieme e ci vediamo poco. Non nascondo che non potrei scrivere con una persona con la quale avessi continue discussioni. Tra di noi, invece, non c’è mai stato un alterco. È per questo che andiamo avanti da diversi anni».

  • Come lavorate? Chi scrive per primo?

«Non c’è un modo, ce ne sono almeno tre o quattro. A volte, Manlio mi manda un testo e io lo musico di getto, a volte mi interessa una parte del testo e un’altra no, per cui ne prendo solo una sezione e la integro con un testo mio, a volte gli faccio ascoltare una melodia e lui scrive le parole in base alla musica. A volte l’idea nasce da lui, come nel caso di Sarcofogia, una delle canzoni di Ferro battuto: "Senta", mi ha detto, "dal momento che lei è vegetariano, su questo tema ci sarebbe un testo di Plutarco che potrebbe essere un ottimo spunto". E così è nata l’idea della canzone».

  • Manlio Sgalambro non è vegetariano?

«Assolutamente no».

  • Questi intrecci spiegano perché è diventato impossibile capire quali parole sono state scritte da te e quali da Sgalambro...

«Sì, anche a me sembra impossibile capirlo da un semplice ascolto. Eppure c’è Pinaxa, il nostro tecnico del suono, che ogni volta in studio diceva: "Questo testo è tuo, questo di Sgalambro". E non sbagliava mai, ci conosce troppo bene».

  • È vero che vuoi tenere un certo mistero sui prossimi concerti?

«No, perché? La tournée parte a giugno da Firenze, ci saranno 30 musicisti, tra i quali anche un’orchestra d’archi. Suoneremo cinque o sei canzoni di Ferro battuto e tutto il repertorio rock sperimentale di Gommalacca, andremo all’indietro da La cura a Centro di gravità permanente. Le luci saranno bianche, avranno una fissità adatta alla situazione del concerto. Canterò seduto e, quando ne sentirò la necessità, mi alzerò».

Piero Negri