INTERVISTA IN “AVVENIMENTI”
Da Claudio Fabretti
Te
lo immagini rigido, distaccato, serioso. E invece Franco Battiato è
tutto l'opposto. In quasi 45 minuti d'intervista, il musicista
siciliano dispensa ironia e buon umore, a conferma di una ritrovata
serenità. "Una stabile precarietà" più che un "centro di
gravità permanente", come ha tenuto a precisare. Fatto sta che il
Battiato del Duemila ha subìto una trasformazione che lo ha portato a
cercare un maggior contatto con il pubblico. E la risposta è arrivata
con il successo dei suoi ultimi tour e dei sui più recenti lavori,
forti anche della presenza di ospiti d'eccezione, come Natacha Atlas e
Jim Kerr (Simple Minds), in "Ferro Battuto". E il pubblico ha
particolarmente apprezzato anche la sua divagazione di
"Fleurs", il suo primo disco di cover.
"Un'idea
nata in Spagna, in qualche teatro d'opera dove ho fatto dei recital -
racconta -. Visto che si trattava di teatri di tradizione, ho pensato
di fare una sorta di lideristica leggera, con un programma diviso in
due parti, con tutto quello che c'e' nel disco (tranne le due cover di
De Andre' ). Dopo un po' di tempo, ho visto la reazione di vari
pubblici e mi sono detto che forse potevo riuscire a documentare questa
storiella. In realta', comunque, la prima idea e' nata in Sicilia,
durante la prima estate catanese che dirigevo: sia sindaco che
assessore alla Cultura volevano a tutti i costi che facessi un
concerto; io non volevo, loro insistevano, finche' ho detto: cantero'
tre o quattro brani non miei. Interpretai quattro canzoni, tra cui
"La canzone dei vecchi amanti". In Spagna trasferii questa
idea: dieci canzoni invece di quattro e concerto diviso in due tempi.
Cosi' e' nata l'idea che sta alla base di Fleurs".
In quel disco ci sono anche due
cover molto "sentite" di due classici di De Andre' . Che cosa
ha rappresentato De Andre' per la canzone d'autore italiana?
Credo che
soprattutto per "La canzone dell'amore perduto" ho realizzato
un buon arrangiamento. Ero un ascoltatore di Fabrizio, negli anni
Sessanta nella mia stanza ascoltavo le sue ballate, che avevano un sapore
di novita'. Lo ricordo con l'affetto di un suo ascoltatore, piu' che di
un collega.
E il progetto-tributo a Robert
Wyatt?
Robert Wyatt negli anni Settanta era un nostro contemporaneo,
era uno di noi. Cercavamo di fare ognuno la propria sperimentazione;
chi in Italia, chi Germania, chi in Francia, chi in Gran Bretagna.
Facevamo parte tutti di un stesso movimento, che veniva poi chiamato
"kosmische musik" o " progressive " a seconda dei
Paesi. Eravamo tutti dentro quella frenesia di nuovo che ci
investi'. Il mio e' stato
un piccolo omaggio a un grande artista spesso sottovalutato.
Ha detto che voleva "alzarsi
dal tappeto", per cercare di rivolgersi a un pubblico piu' vasto.
Che cosa intendeva dire?
Per cantare un
certo genere di canzoni bisogna essere in piedi, per cantarne altre
bisogna essere seduti... A me poi piace cambiare, non mi pongo il
problema della fedelta' a se stessi. Comunque, anche quando sto seduto
mi sento a mio agio, e per cantare un certo genere di canzoni utilizzo
le mani piu' che il corpo.
A proposito del rapporto con il
pubblico, è cambiato qualcosa oggi nella figura del cantautore? Una
volta era chiuso nel suo eremo, isolato dai mezzi di comunicazione e si
esprimeva solo attraverso i dischi, oggi e' ancora possibile?
No, oggi il
mercato e' assolutamente spietato. Succede che se una persona sta fuori
e' "fuori" veramente, in qualche modo non esiste. Io non mi
creo il problema, perche' fortunatamente potrei fare a meno di fare
questo mestiere oggi. Mi piace farlo, continuo, ma sono sempre
all'erta. Mi posso permettere anche il lusso nel prossimo disco,
chissa', di fare cose terribili...
Il sodalizio con
il professor Sgalambro va avanti ormai da sei anni. In che modo i testi
di Sgalambro hanno cambiato il Battiato musicista?
Adesso abbiamo
un affiatamento che prima non c'era. Credo che si veda anche sul palco,
nei concerti. Ho sempre scritto i miei testi, sono sempre stato un
cosiddetto "cantautore", addirittura per molti pezzi ho
scritto prima i testi e poi li ho musicati. Ora ho chiuso quel periodo.
Non amo ripetermi, cosi' anche nell campo di quella musica parallela
che faccio e che potremmo chiamare classica: ho scritto una Messa
Arcaica che per me rimane una vetta della mia produzione, ma non mi
mettero' a fare una messa bis. Devo affrontare altri messaggi e altri
materiali. L'arrivo di Sgalambro mi ha fatto fare i conti con una prosa
che ti puo' sembrare non naturale come la tua, ma nello stesso tempo mi
ha dato un a diversita' di approccio al mio lavoro e mi ha fatto
superare problemi nuovi nella scrittura musicale.
La ricerca del sacro e' uno dei
temi principali della sua opera da sempre. In una canzone diceva
perfino "cerco di inseguire il sacro quando dormo". Puo'
raccontare a che punto
e' arrivata la sua ricerca?
Ho alle spalle
trent'anni di meditazione, quindi mi posso ritenere forse professionista"...
E senza non potrei piu' vivere. Dovunque io viva, sento il bisogno di
ritirarmi. Lo faccio due volte al giorno, come gli antichi egizi: mi
ritiro all'imbrunire e al mattino prima di fare colazione e dopo aver
fatto le abluzioni mattutine... Non e' mai cambiato mai il sapore di
questa dimensione metafisica (che poi per me e' fisica), dai primi tempi a
oggi, sono cambiate le tecniche, ma il sapore resta identico.
Una ricerca che pero' non si sposa alla fede in una religione
esistente...
L'atteggiamento religioso e' la prima tappa di una ricerca del
sacro, diversamente non si puo' entrare in quelle zone, bisogna
lasciare un po' di zavorra fuori, insomma.
Insomma, una "religione
universale"...
Assolutamente si'. Le
parrocchie mi hanno sempre spaventato. Amo i veri mistici un ", e non i burocrati. E tutto
sommato un mistico alto del monachesimo occidentale e' vicino a un
monaco buddhista, anzi sono identici.
Un po’ de tempo
fa aveva detto che sognava “la fine del mondo occidentale” Che cosa
andrebbe seppellito? E c’é invece qualcosa da salvare?
Il mondo
occidentale ha fatto dei passi eccezionali nel campo della scienza e
della tecnica. Da questo punto di vista l'Occidente e' intoccabile. Un
po' meno per quello che ha
dimostrato nell'aspetto esteriore: non ha pazienza, non si dedica, non
ha voglia di studiare, punta a fregare gli altri. Tutte nostre
specialita'. Il problema e' che ormai abbiamo contagiato il mondo...
Già, la pazienza
e la laentezza. Due altri temi fondamentali della sua opera. Ma é
possibile “rallentare la vita”, anche per chi fa il suo mestiere?
Io vivo cosi'.
Anche quando vado in giro difficilmente inseguo il tempo. Ci sono le stanchezze
di una tournee, quando ti sposti per trecento chilometri al giorno. Non
le posso sottovalutare. Pero' per quella mezz'ora in cui mi ritiro
ritrovo il mio mondo.
Un mondo fatto
soprattutto di silenzio, come ribadisce in canzoni come “Un’altra vita”
e “Un Océano di silenzio”.
Gia', il
silenzio per me e' come l'ossigeno: e' vita.
Lei e’ stato uno
dei primi a parlare di commercializzazione della religione, preconizando
l’avvento di “buda sui comodín” o di “rubriche aperte sui peli del Papa”
(Magic Shop, 1980). C’e’ il rischio oggi di un supermarket della
spiritualita’ con new age e fenomeni affini?
Dio che
sconforto... In genere non mi interessano i "fenomeni". Come
non sono interessato al movimento cattolico, non mi interessa quello
new age. A me piace parlare con un cattolico, con un buddhista. Ma che
cos'e' il buddhismo? Vallo a sapere con tutto quello che si e'
scritto.... Buddha ha lasciato solo tradizione orale. E con Cristo e'
un po' la stessa cosa. Lo sfruttamento della spiritualita' e' un
problema di chi lo fa. Mi ricordo da bambino un episodio: mio padre, in
piazza, fu avvicinato da un amico che gli diceva: "Ho visto padre
non so come si chiama che mangiava carne di venerdi', e io dovrei credere
in Dio?". Possibile mai che la fede si riduca a questo? Ognuno
deve fare la sua strada, gli altri faranno quello che vogliono. Cosi'
come non vado in chiesa perche' quella liturgia non mi affascina, ma
non posso fare come Savonarola e andare li' a dire "tu andrai
all'inferno"...
Che cosa e’
rimasto dell’esperienza con Bagdad dopo quello storico concerto in
terra irachena?
Lasciammo un
segno indelebile nel loro mondo. A scuola, fino a poco tempo fa, si
sentivano le cassette con la mia musica, si studiavano le mie canzoni.
Poi fu un rapporto umano molto toccante, che ho cercato di portare
avanti negli anni lavorando con associazioni come "Un ponte per
Baghdad". Ma certo gli interessi contro cui fare i conti erano
enormi. Abbiamo portato dei bambini all'ospedale di Parma, piccole
cose, quando dietro ci sono colossi che hanno interesse a mantenere
certe situazioni. Sono loro che creano le guerre.
Ha mai temuto di
essere strumentalizzato da parte delregime iracheno?
No, di questo
non mi e' mai importato niente. D'altronde mi dicevano "vai dal
diavolo" e io rispondevo "perche' qui e' il paradiso?".
Di recente ha
collaborato con Csi, Bluvertigo e altri nuovi musicisti italiani
emergenti. Crede che ci sia stata negli ultimi tempi una crescita della
musica italiana d’autore?
Si', e anche
notevole. Ho sentito diversi gruppi interessanti, molti ragazzi che
stanno facendo strada. C'e' piu' spazio, il pubblico si e' allargato e
anche la realta' musicale italiana e' piu' complessa. Sono entrati in
classifica gruppi che solo due-tre anni fa non potevano neanche sperare
di essere nei primi cinquanta!
Ha ancora
rapporti conteatri e festivali culturali italiani? E come giudica
questa esperienza?
Lo considero un
"servizio", che per me e' soprattutto un divertimento, e qua
e la' riesce a dare dei risultati importanti. Abbiamo ospitato
personaggi come Sakamoto e David Byrne . E per Bjork, sempre a Fano,
sono venuti da tutto il mondo...
In “Shock in my
town”, uno dei suoi pezzi piu’ recenti ricorrevano le parole “Velvet
Underground”. Solo un ritornello divertente o un omaggio a una band
storica?
Un po' tutti e
due, in relta' era un pezzo allucinante, una sorta di delirio urbano. Comunque,
posso dire di aver conosciuto alcuni musicisti dei Velvet Underground.
Nel 1975 sono stato in tour in Francia con Nico e John Cale (la prima
cantante e uno dei musicisti-chiave dei Velvet, ndr). C'erano problemi
molti forti tra loro due, per l'invidia di John Cale verso Nico, che
era la beniamina del pubblico. E poi notevoli problemi di droga da
parte di lei. La prima volta che la vidi mi chiese se avevo visto
"mister powder". "Chi e'?", le chiesi ingenuamente.
Mi fece un segno inequivocabile aspirando con il naso... "No, non
ce l'ho", le risposi... Poi una volta al mitico Bataclan di
Parigi, Nico si stava truccando. Io sussurrai: "Cazzo, ma questa
c'ha cinquant'anni!". Lei mi guardo' dallo specchio e mi disse:
"Veramente qualcuno di meno"... Restai immobile. Poi mi
spiego' che era stata due anni a Roma e capiva bene l'italiano.
Un’ultima
curiosita’: tornera’ mai a cantare con Alice?
Per ora non
credo, ma non si puo' mai sapere...
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