GOMMALACCA 1998 - RECENSIONE
Alla fine dell' Estate 1998 e con un titolo quasi rassicurante, vide la luce l'
attesissimo "Gommalacca", un lavoro davvero ricco di contrasti e sfumature
straordinarie, complici i testi spesso surreali scritti ancora in collaborazione con
Manlio Sgalambro. In copertina addirittura campeggia una borsa di acqua calda, come a
simboleggiare qualcosa di confortante, che "riscalda" rispetto al carattere
piuttosto "freddo" di parte dei brani.
Erano in molti a scommettere sull' ennesima "imboscata", lo stesso artista
siciliano aveva affermato di voler affidare a sonorita' molto particolari la composizione
di questi ultimi brani. E infatti si avvalse della collaborazione di alcuni giovani
musicisti molto interessanti che gia' avevano attinto dalla musica cosiddetta
"techno" per la creazione di loro precedenti lavori.
Una sfida interessante, Gommalacca, nella quale effetti elettronici, computer, batteria
e chitarre elettriche si fondono per cercare di esprimere quella energia che lo stesso
Battiato ha sempre posto al centro della sua ricerca. D' altra parte il tocco personale e
il messaggio del musicista di Jonia risultano sempre immutati, riconoscibilissimi, pur se
immersi nelle difficili elucubrazioni elettroniche, da lui stesso peraltro gia'
sperimentate durante gli anni '70. Bisogna ascoltare molte volte l'intero album e alla
fine ci si rende conto di trovarsi dinanzi a un' altra grande provocazione: la dicotomia
tra alcuni tratti ad alto volume e altri piu' calmi e meditati, dicotomia spesso presente
all' interno dello stesso brano, e' in fondo la sfida del prossimo millennio, i residui di
umanita' e sentimento che l' Uomo deve trovare in questo rumoroso secolo oramai alla fine
per riuscire a salvarsi dall' ennesima Apocalisse.
Chi si attendeva il proseguimento de "La cura" rimase sconcertato, ma non
bisogna dimenticare che proprio "L' imboscata" si chiudeva con "Serial
Killer", un brano in cui si cominciavano a sentire i suoni tecnologici e i segnali
"apocalittici" che questo lavoro approfondisce in maniera piu' matura.
A partire dal primo brano, Shock in my town, dura filippica contro i cibernauti
imbrigliati nelle loro reti senza piu' passato, si verifica cio' che abbiamo affermato. Ci
viene presentata una citta' virtuale nella quale tutto, anche la voce, viene distorto, e
poche frasi riescono a descrivere i rozzi cibernetici, signori degli anelli, orgoglio dei
manicomi; ma siamo tutti un po' cibernauti, forse, viene coinvolto anche chi non viaggia
sulla grande rete telematica, e' questo stesso mondo a farci vivere ormai senza un
briciolo di emozione, e non serve viaggiare su Internet per diventare come degli insetti,
simili agli insetti, sempre piu' piccoli e in procinto
di essere schiacciati dal presunto progresso.
Sembra proprio di ritornare al 1982 e riascoltare, anche se in chiave musicale
decisamente diversa, la vecchia Clamori: il mondo e' piccolo il mondo e' grande; infestati
di ragnatele pieni di minuscoli computers; mosche giganti sputano dati. Eccola gia'
presente, la World Wide Web, il piccolo grande mondo telematico, gli insetti che
schiacciano gli uomini, a loro ormai simili. Gia', piccoli grandi clamori nel mondo
moribondo, e lunga sara' la fine se non proviamo a scappare via dalla paranoia,
risvegliare la "kundalini", l' energia vitale, tornare subito ad essere davvero
umani, perche' per chi rimane catturato nella rete intricata di false verita', il
tentativo di ritorno al mondo reale puo' davvero finire male, rischia di rimanere insetto
allucinato e ormai disperso nel grande oceano dei neo-primitivi.
Ed ecco cosa accade a chi rimane naufrago virtuale: anche i sentimenti sono ormai
elettronici, scompare addirittura il desiderio di Amare e si verifica quello che nel 1985
il brano Personal Computer definiva sesso meccanico: un sesso senza sentimenti. E si, in
Auto da fe' veniamo fulminati da una espressione davvero forte, volutamente provocatoria,
rispetto all' Amore universale de "La cura", perche' mentre e' sceso il buio
nelle nostre coscienze, si puo' fare tardi, troppo tardi per tornare indietro.
E prima di addormentarci all' ombra del destino rischiamo di fare un Auto da fe' dei
nostri innamoramenti, presentarci al tribunale di una nuova inquisizione.
Auto da fe' e' una espressione spagnola che sta ad indicare il giudizio che l'
Inquisizione del XVI e XVII secolo realizzava contro gli eretici e che finiva con la morte
sul fuoco di molti infelici. Ecco dunque l' esame di coscienza distorto che ci puo'
portare addirittura a condannare i sentimenti, camminare da soli nei sentieri ombrosi del
tempo e desiderare il modo dell' indifferenza, preferirla ad un Amore sofferto, ma pur
sempre all' Amore. E' un messaggio epocale quello che si cela dietro questo brano: se
anche l' ultima speranza dell'umanita' viene messa sotto processo, condannata, bruciata,
allora e' davvero la fine.
In contrasto con il carattere forte e provocatorio dei primi due brani compare una
Casta Diva come Maria Callas, la sua voce struggente a rassicurare e riscaldare il cuore,
la sua storia e i suoi viaggi a dimostrare come la passione e l' Amore per una persona,
per una disciplina, possono permettere anche ad una ragazzina assai robusta di sconfiggere
il tempo, rimanere per sempre tra noi, nonostante invidie, gelosie e devozioni.
Un primo esempio, questo, della maniera di ricercare quel percorso che puo' condurci
alla salvezza.
Certamente, invece, l' attuale modo di fare politica conduce da tutt' altre parti, e'
semplicemente un ballo mascherato del potere, una farsa dove sempre le stesse persone
balzano da una parte all' altra seguendo solo le regole dell' opportunismo. E invece la
legge universale insegna: esiste il cerchio che simbolizza T'ai Chi; esso e' informe e al
di sopra di ogni dualita', e in questo sussiste l' unica, suprema lotta degli opposti,
luce e buio, positivo e negativo, Amore e odio, altro che Destra e Sinistra della politica
attuale. E gli antichi popoli australiani e africani ci mostrano un altro modo per
ritrovarci assieme e bere alla sorgente della vita: essi attingono alla legge dell'
universo ponendosi in terra e manifestando riti straordinari di socialita' e fertilita'.
Ed ecco arrivare un altro suggerimento, a noi povere prede di questo mondo moribondo,
mutare la furia in ebbrezza in tenerezza e' una frase bellissima, che lascia intravedere
un altro spiraglio di salvezza: se in questo rumore tecnologico cerchiamo di restare
immobili e non parlare, allora anche il lento respiro all' unisono rallenta il cuore ed in
questo supremo silenzio e' possibile raggiungere l' estasi. Il segreto, anche qui, e' uno
solo: ricercare Amore, la preda ambita, sotto qualsiasi forma esso si manifesti, in
qualunque epoca storica sia comparso e maturato nei cuori dei piccoli uomini di questo
pianeta.
Perche' dal pezzo Il mantello e la spiga si comincia a respirare aria di passato, vite
trascorse, canti di veggenti e bighe nei circhi, come testimonianze di qualcosa che ancora
ci appartiene, perche' basta lasciare un' orma attraverso cui noi stessi ci seguiamo nel
tempo e ci riconosciamo, riconosciamo i tanti incendi e le bugie di suoni che oggi possono
e devono aprirci il cuore all' illuminazione piu' importante e vitale, quella al cui
confronto il fuoco che brucio' Roma e' solo sprazzo. E' stato molto bello vivere come un
gentile mantello che copri' le spalle di qualcuno, oppure oziare come una spiga, ma quelle
esperienze passate ora ritornano come piccoli fuochi ormai spenti, e' giunto il momento di
lasciare tutto e seguire il percorso piu' importante, senza domandare dove porta la
strada.
Camminare soltanto, coscienti di essere piccole tessere di un mosaico grande come l'
umanita' intera, e come piccole tessere sicuri di far parte integrante di un tutto che
racchiude passato, presente e futuro.
E siamo anche noi partecipi di quello che fu, della lunga evoluzione che ha portato l'
uomo alle soglie del terzo millennio: siamo i figli della follia, dell'Impero delle
parole, della distinzione tra bene e male, della ripida discesa dal Cielo alla Terra,
disperata, verso l' incarcerazione. Questa frase ricorda gli Angeli caduti sulla Terra del
brano Le Sacre sinfonie del tempo, l' idea di dover scontare il peccato originale nei
secoli dei secoli, nella caduta sulla Terra.
E per salvarci da questa condanna dobbiamo essere partecipi anche di quello che sara',
cambiare direzione alla freccia del nostro destino, guidare attivamente un' altra
emozionale impresa della specie, perche' forse quel che deve ancora avvenire e' gia'
avvenuto nelle tante Apocalissi che ci hanno preceduto.
Ed e' proprio vero, la gioia e il dolore dell' esistere sono legati anche al sorgere
della citta' di Dio, quel simbolo che ci fa forti e sicuri oppure pazzi e disperati, a
seconda dell' uso che ne fanno i Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi e noi cosiddetti
"cristiani", nella loro maniera distorta di interpretare la dottrina e nel
nostro modo assurdo di concepire la Fede.
Vivere vite parallele significa anche questo: saper ritrovare il percorso giusto,
ritornare dalla Terra al Cielo, farsi strada tra cento miliardi di stelle, toccare l'
infinito con le mani ed essere sicuri di vivere per l'eternita'. Perche', e questa credo
sia l' affermazione piu' rassicurante di Gommalacca, anche se giriamo sospesi nel vuoto,
intorno all' invisibile, ci sara' pure un motore immobile, quella forza suprema che ci fa
vivere vite parallele, ciascuna con un centro, una speranza, la tenerezza di qualcuno.
E per la seconda volta nell' intero lavoro compare questa tenerezza, un sentimiento
nuevo, finalmente umano, a testimonianza dell' importanza di ricercare in questo Silenzio
del rumore qualcosa che davvero riesca a dare un senso a tutto cio' che ci circonda.
Il disco si conclude con un' altra canzone dedicata ad un personaggio leggendario del
nostro secolo: il Capitano Shakleton che con il suo viaggio traccia nuovamente il percorso
che tutti noi dovremmo seguire. Durante la grande guerra egli dovette lasciare la sua nave
imprigionata tra i ghiacci dell' Antartide, andare con un piccolo battello a cercare
rinforzi e ritornare a salvare i 22 superstiti. E cosa aspettiamo?
I viaggi dell' audace Capitano Shakleton, come il ritorno nella terra degli Dei di
Maria Callas sono in fondo la metafora della nostra esistenza, siamo tutti chiamati a
diventare Capitani coraggiosi, perche' una catastrofe psicocosmica ci sta sbattendo contro
le mura del tempo, un tempo sempre piu' assurdo: dobbiamo provare a ri-percorrere la
nostra vita, attingere a quelle ultime risorse che ancora possiamo condividere e ritornare
a salvare cio' che rimane di importante e che e' degno di essere portato con noi.
E cosi' la fine ricorda un poco l' inizio: anche il Capitano Shakleton e i suoi
marinai, come noi piccoli uomini, era rimasto imprigionato, loro naufraghi nei ghiacci,
noi nel nostro mondo moribondo. Spetta ora ai nuovi Shakleton del terzo millennio scendere
dalla nave di questa vita, provare a costruirne un' altra e affrontare assieme il lungo
viaggio... Si, sembra proprio di vedere il film di Fellini E la nave va, con questa enorme
imbarcazione alla deriva nel difficile viaggio attraverso il tempo. Ma tutto questo in
fondo e' Gomma-Lacca: Morbido-duro, eterna lotta tra Bene e Male, Amore e odio, Pace e
guerra, ricerca di un equilibrio, di un centro di gravita' permanente.
Ecco perche ci troviamo dinanzi ad un album forte, difficile ma affascinante: dietro
una musica che scuote ci sono messaggi che, se possibile, fanno ancora di piu': nell'
intero lavoro si ascolta la presenza dell' autunno, il mese in cui le foglie cambiano
colore, questo strano autunno che precede un inverno davvero tremendo, la stagione che
puo' coprirci tutti per sempre come con la vernice indelebile di gommalacca, o segnare il
definitivo passaggio ad una nuova, rassicurante primavera.
Pensiamoci, oggi piu' che mai dipende solo ed esclusivamente da noi, dalla nostra
capacita' di trovare cio' che ancora resta di umanita' e sentimento, guardare al mondo con
occhi finalmente diversi.
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